AD UNA SETTIMANA DAL TRAPIANTO

Vicenza, 2 febbraio 2017
Un nuovo breve aggiornamento sulla mia degenza al San Bortolo. Sono in una delle tre junior suite riservate ai trapiantati. Sono stanze piccole, ma confortevoli. C’è l’essenziale per stare bene. Il non poter mai uscire, l’essere chiusi h24 in una stanza, vedere pochissime persone, non è certo piacevole, ma lo considero un esercizio. Ed in questo devo dire che mi aiuta molto la spiritualità. In passato ho fatto anche brevi esperienze nei monasteri (meravigliosa quella a San Francesco del Deserto) e più di qualche volta nella mia vita ho avuto bisogno di silenzio. Mia Moglie lo sa benissimo. Spesso ci diciamo che alcuni dei nostri giorni più belli li abbiamo passati l’uno affianco all’altro in silenzio, immersi semplicemente nella serenità di una giornata al mare o di una passeggiata in montagna. Certo, tutte quelle sono state esperienze volute e, perciò, appaganti, ma anche questa attuale è molto formativa. L’eremita trapiantato affronta la sua degenza privato di molte cose e costantemente accompagnato da piccoli, grandi fastidi: febbre, mucosite severa, inappetenza, a volte astenia, e la sfida quotidiana è l’accettazione. Per provare a ritrovare il Paradiso della Vita bisogna necessariamente passare per l’inferno. Questo vale non solo per i trapiantati, ma per chiunque voglia fare un cammino di conversione e purificazione (non necessariamente connesso alla Fede). Accettare, quindi, l’inferno come “conditio sine qua non” per poi risalire pian piano verso la meta della guarigione è la prassi. Io sono solo uno dei tanti che lo sta facendo e tutte le persone trapiantate con cui si è creato un solido legame di amicizia (penso in particolar modo a Chiara e a Paola) sono sempre fonte di aiuto e di ispirazione. Ti senti in cordata, allacciato bene, e questo dà tanto conforto.  

Per ora tutto sta procedendo secondo protocollo. Ho una fastidiosa mucosite allo stomaco e in bocca, la febbre è fedele compagna, ma in generale non mi posso lamentare. A questi primi quindici giorni, nonostante tutto, do un voto positivo. Penso che dovrò stare in isolamento ancora per un paio di settimane almeno e poi, se non dovessero sopraggiungere complicazioni, potrò tornare a casa. Il carissimo Primario di ematologia passa tutti i martedì a trovarmi e l’altro giorno mi ha chiesto che cosa mi mancasse di più, anticipando poi la mia risposta perché sa che bene che mi mancano da matti i miei gatti e una bella pizza fatta in casa e mangiata in salotto (a modo nostro) con Elisabetta. Mi ripeto ancora una volta, ma le cose che mi mancano di più sono le più semplici (una passeggiata all’aria aperta, le coccole serali a Poulenc, cucinare qualche manicaretto, una serata coi “waiting”). Vi garantisco che sono queste le cose che mancano di più e che riconsideriamo fondamentali solo quando ne siamo privati, perché nella quotidianità le diamo per scontate. Mi torna spesso in mente la “Canzone di San Damiano” che vi propongo di seguito, ma che molti già conosceranno: 
“Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno, con amore ed umilta potrà costruirlo. 
Se con fede tu saprai vivere umilmente, più felice tu sarai anche senza niente. 

Se vorrai ogni giorno con il tuo sudore, una pietra dopo l’altra in alto arriverai.

Nella vita semplice troverai la strada, che la calma donerà al tuo cuore puro.

E le gioie semplici sono le più belle, sono quelle che alla fine sono le più grandi.

Dai e dai ogni giorno con il tuo sudore, una pietra dopo l’altra in alto arriverai.”

Che inno potente e meraviglioso!
In queste settimane di degenza un ruolo fondamentale lo hanno i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, i volontari: sempre un sorriso, una parola di conforto, frasi di incoraggiamento, una battuta che ti fa dimenticare di essere lì. In tutto questo devo dire che il Reparto di Ematologia è una famiglia eccezionale che amo profondamente. È difficile da spiegare, ma sono convinto che tutti coloro che sono passati per lunghe degenze o terapie in DH, mi possano perfettamente capire. A loro, dobbiamo la vita! La promessa che mi sento di fare è quella di aiutarli in futuro attraverso le testimonianze, le raccolte fondi, la sensibilizzazione alle donazioni. Penso sia davvero il minimo. Mi auguro di poterlo fare da vivo, ma sono certo che ci riuscirò in ogni caso. 
Ora vi saluto perché mi pare di avervi già detto troppo. Vi ringrazio perché sono letteralmente investito dal vostro affetto che, per me, si trasforma in grande energia. Perdonate se non riesco a rispondervi sempre, ma ho bisogno a volte di concentrarmi sulla battaglia.
Viva la Vita e in alto i cuori, sempre!

Vostro,
Sandro 

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